sabato 12 marzo 2011

sindrome da matrimonio terrone

Mi sveglio tra uno spadellamento generale. Mi sveglio nella mia casa del sud.
Maria Nazionale in console.
C'è chi pela patate, chi trivella un tacchino, chi turbina un sugo brenso, ma brenso, ma brenso.
Non so nemmeno perchè sono lì. In quel lettino tanto da brava ragazza, era un pò che non ci dormivo e quei rumori, era tanto che non li sentivo. I miei occhi ora, non avrebbero mai creduto a quello a cui avrebbero assistito poi.
Con un capello ispido anni ottanta mi avvio per il corridoio temendo il peggio. Passo il tendaggio barocco, l'arco di sberlonfio, gli assiri e i babilonesi. Mi ritrovo nello spadellamento generale.
Tutte intente a svolgere la loro arte culinaria, dodici infazzolettate vestite di nero. Silenzio. Solo pentolame, solo scra cra di coltelli e turupunf di lame. Silenzio.
Apro una porta che sbraita e non l'avessi mai fatto.
Inizia una revolverata di parole tra cui "sendi bella, vedi che qua è urgende!"
Y "No senda lei, urgente un cazzo, che son le nove di mattina e ancora non trasudo caffè!"
Mi attacco al telefono, le immagini sono opache, sbavate, cerco un contatto amico.
L'uomo del sud risponde, ma sembra non ascoltarmi, sembra tarantolato.
Torno dalla comare, la sbatto fuori di casa e mi sento subito meglio.
La mia punto del dopoguerra. La sento. C'è. Sento il suo rumore, unico nel genere, arriva. E poi va. Ma come? Arriva e va? E' mia, se lei arriva e lei va, dovrei io arrivare ed io andare. Invece no.
Mi concimo di merda, parto all'attacco. La mia punto sembra fare la sponda tra i rioni per raccattare tutto il parentame. Alla guida un' improbabile soggetto che potrebbe tranquillamente appartenere alla caterva di zii che non conosco. Ho un attacco di incazzamento feroce. La mia punto è stata sequestrata da balordi e fa la sponda senza di me. E' vecchia ma sofisticata e non dovrebbe essere costretta a fare le sponde. Almeno, non senza di me.
Urlo. Urlo forte, ma non si sente niente.
Nella prima delle tre sale sofisticate che vedo, gente non identificata, comunque gente femmina, prova abiti pacchiani di colori tetri. Insulto, insulto forte. Manco per il cazzo. Provano e riprovano abiti tetri.
La nonna pela. Pela una valanga di patate e non fa che ripetermi che è così, che mi devo adeguare, che preparare un matrimonio al sud, non è cosa da poco, non lo puoi fare in un anno; ce ne vogliono almeno due. E la nonna pela e pela patate e pelerà patate per almeno altri due anni.
Mi sveglio di nuovo ma non ricordavo di essermi riaddormentata.
Son qui, sono a Bologna. La Crus e Nina Zilli in Console. Stropicciata nel mio letto di Winnie the Pooh, con movenze da attacco epilettico, mi guardo l'anulare sinistro. Niente. Vado in sala. Niente. In cucina. Niente, manco 'na patata e la mia punto è responsabilmente parcheggiata al solito posto.
Col mio capello ispido anni 80 e i piedi gelati dal mattone, rotolo sotto le coperte ancora falsamente tiepide e tento inutilmente di convincermi che sarà tutto diverso.
Subito dopo invece, penso che sono forte e cazzuta e in qualche modo sopravviverò.

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