mercoledì 13 agosto 2008

sopravvivere al lancio dal gommone

Io rivoglio l’estate di Edoardo Vianello.
Per intenderci quella di “abbronzatissima”, “pinne fucile e occhiali”, “stessa spiaggia stesso mare”, quella dell’ottanta percento spiaggia libera e il resto (sempre vuota) a pagamento, quella in cui ti presentavi davvero con ombrellone, pinne, fucile e occhiali oltre alla parmigiana e il melone d’acqua se eri al sud. E qua eravamo al sud.
Io ero la tipica pinne fucile e occhiali. Senza fucile. Ero troppo piccola per quello e insomma, nel rude mare del Gargano ho imparato a nuotare; certo la mia iniziazione al nuoto non è stata proprio delle meno traumatiche. Secondo papà per combattere la paura dell’acqua e liberare l’istinto del nuotatore che è in te era necessario essere lanciato da un gommone ad almeno due km dalla riva; a quel punto il gommone se ne andava ed erano tutti cazzi tuoi. Insomma, se avevi studiato i fondamenti teorici del nuoto e se seguivi i suoi suggerimenti, un modo per tornare lo trovavi. Unici strumenti a diposizione per non morire, pinne e occhiali appunto. Mentre nuotavo, piangevo e bevevo, bevevo e piangevo e piangendo e bevendo con la strizza che avevo in corpo mi ritrovavo alla riva quasi prima del gommone, evitando abilmente meduse grandi quanto pagnotte di pane da kilo, pesci grossi come siluri, fauna e flora marina. La soddisfazione di papà era evidente a chiunque. La mia un po’ meno.
Ma io dico, ci sarà stato un cristiano, un buddista, un rastafariano (viste le critiche, cito anche questa religione, che specifichiamo non è nuova, c’era già) che disapprovava il metodo, che si indignava verso questi strumenti di insegnamento brutali e diseducativi? Invece no. A dieci minuti dal mio trionfale ritorno alla riva (trionfale per gli altri, per me è proprio il caso di dire che me ne sono tirata fuori per il rotto della cuffia), al largo, volavano bambini dal gommone che era un piacere. La maggior parte rischiava l’annegamento, altri venivano recuperati in corner prima di essere ingurgitati per intero dalle meduse. Insomma, io ero sempre l’eroe della situazione, in qualche modo tornavo, agonizzante ma tornavo. E tutte le volte la stessa storia. Quando sentivo papà intenzionato a farsi il giro sul gommone me ne scappavo nel bagno. Ma lui è finanziere e mi sgamava sempre, quasi avesse i cani suoi attorno.
Dopo qualche anno mi sono fatta astuta. Ho chiesto a mamma di iscrivermi al corso di nuoto invernale per essere più preparata a non morire d’estate. Per qualche strano motivo pure lì mi hanno incastrata e mi ritrovo catapultata nel meraviglioso mondo dell’agonistica.
Il meraviglioso mondo dell’agonistica prevedeva devastanti ore di palestra in scioltezza per poi passare ad un numero imprecisato di ore in acqua. Alla fine dell’anno avevo il fisico di un culturista ed una strana insofferenza al cibo, ma almeno sapevo nuotare come un’alicetta. Dopo quell’estenuante anno agonistico però, papà non mi ha mai più buttata giù dal gommone, quasi fosse scontata la mia sopravvivenza.
Ora sono cresciuta e al mare ci vado con gli amici.
Il mare non è quello del Gargano ma quello della riviera romagnola.
Qui piade con lo squacquerone uso ridere, la birra non è più Peroni ma Heineken, l’ombrellone lo paghi quindici Euro e c’è pure quello matrimoniale alla modica cifra di trenta euro, l’happy hour inizia alle cinque e il tunz tunz dell’ elettro indi reggae acid music che ti trapana le orecchie te lo porti dietro fino a notte inoltrata. Poi c’è il mare.
La prima caratteristica evidente è l’olio. Il mare è oliato. Pesci dentro non ce ne sono. Sono morti tutti nell’olio bilboa; almeno fosse stato fritto ce li saremmo mangiati; però ci sono le buste di plastica coop e gli assorbenti igienici che non mancano mai.
A sto punto rimpiango tristemente le meduse da kilo che dovevo dribblare, i pesci grandi come siluri che tanto mi spaventavano, rimpiango flora e fauna garganica e visto che ora il bagno me lo farei nella monnezza, rimpiango pure quei disciplinanti e forzati voli dal gommone attraverso cui, ne sono certa, papà tentava solo di tramandarmi quelle sue malinconiche emozioni di chi sente e assapora sulla sua pelle da una vita, le cose semplici di un’esistenza.
Intanto “l’estate sta finendo e un anno se ne va, sto diventando grande, lo sai che non mi va”.

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