venerdì 4 luglio 2008

ritorno alle origini

Incipit: “Ahhhh!, ma allora sei pugliese pure tu!”.
Ecco Gianni. Gianni non capisce un cazzo.
“Ma sai, veramente, i miei genitori si sono trasferiti a Bologna che io non ero ancora nata, ho sempre vissuto qui, quindi dai, alla fine sono bolognese”. Vorrei puntualizzare che questo a Gianni tendo a dirlo serenamente.
“Ma dai che sei pugliese pure tu, c’hai il sangue!”
Eccccerto che c’ho il sangue, perché tu non ce l’hai?
E questo è quello che avrei voluto dirgli. Quello che invece gli ho detto si limita ad un..
“Bhè sai a volte il sangue mente, quando ero bambina scendevo spesso con la mia famiglia; lì ora mi è rimasta solo una nonna e i miei parenti sono poco più che estranei. E’ che proprio non mi sento del sud”.
“E finiscila co’ sta storia. Tua madre è dillà? tuo padre è dillà? e sei pugliese allora!”
Mi sento ancora ingiustificatamente serena. Serena e diplomatica.
“Ma dai Gianni cosa vorresti dire? Uno vive tutta una vita al nord ma è pugliese?”
“Eccerto!” . Comunico che Gianni questo me lo dice con una insolita fermezza.
Io pure rispondo con fermezza.
“Gianni?”
“Si?”
“Maaaaaavaffanculooooooo!”
Dopo questa conversazione con Gianni, per un attimo ho creduto di essere terrona davvero e mi sono messa a pensare a quand’ero piccoletta e alle estati sul Gargano, a quelle stradine piene di truccioli bianchi e ulivi, che ti portano giù giù, fino al mare, dove l’acqua è già profonda appena ti bagni. Ho pensato all’odore dei panzerotti fritti, quelli fatti con l’olio buono, quello d’oliva vera, ho pensato alla nonna che sta lì e ho pensato a tutte le cose buone che mi preparava quando d’estate mi portavano all’ingrasso da lei; credo che mia nonna si sentisse in dovere di farmi prendere almeno cinque chili perché in questo modo nessuno avrebbe potuto contestare che non mi dava da mangiare abbastanza; sta di fatto che tra strascinati col sugo di capretto vero, le orecchiette con le cime di rapa vere, le cardoncelle con le uova vere, le patate con la fettina quella vera, il formaggio vero di lì e il provolone piccante di S. Giovanni, alla fine dell’estate ero un botolone di bambina con gli occhi incastrati tra le guance.
Istintivamente mi rendo conto che è una vita che inconsciamente tento di rinnegare le mie origini, senza cattiveria, senza pensarci davvero, senza cognizione, ma nei fatti è sempre stato così.
Infatti subito comincio a pensare a via Indipendenza ai sui luccicanti negozi, Zara, H&M, Intimissimi, Promod, Carpisa; alle strisciate del bancomat (di mio padre); penso a via Rizzoli, al Nettuno e al pistolino del Nettuno che tutti ci invidiano, perché se lo guardi da una certa prospettiva sembra che ce l’abbia dritto; penso alle due torri che invece sono storte, penso che ci ho messo ventisei anni per salire sull’Asinelli e constatare senza fiato (ma avete idea di quante scale ci sono?quattrocentonovantotto!) “cotanta bellezza”; penso a Strada Maggiore e agli aperitivi chic in Corte Isolani, a Via Zamboni, piazza Verdi, la zona universitaria, ai tossici, penso a via del Pratello, ai tossici; evabbè oh? i tossici ci sono dappertutto, proprio Bologna se ne deve privare scusa? E poi la riviera, la piadina con lo squacquerello di nonno Nanni dove la mettiamo? l’alba a Rimini dove la mettiamo? e poi diciamocela tutta, l’autostrada A14 fino a Riccione anche anche ci sta, dopo, uno si rompe il cazzo!
Però è già troppo che ci penso. Sto dando troppo credito a Gianni e alle sue provocazioni. Però cavolo la nonna. La nonna dice che nelle chiacchiere della gente c’è sempre qualcosa di vero ed è per questo che tempo fa aveva lasciato il nonno, perché aveva saputo dal vicino che s’era mangiato la carne di venerdì Santo.
Minchia sarò mica terrona davvero? per me è come dichiarare ai miei che mio fratello è gay, anche perché se gli dichiarassi che io sono lesbica non mi si cagherebbero di striscio.
Il fattaccio però è che alla fine uno non è che se ne può sbattere delle sue origini e fare finta che non esistano, non ci si può spacciare per quello che non si è e “non si può fare quello che si vuole”*.
Io non posso rinnegare la mia bella infanzia a Pugno Chiuso perché essere di Bologna nella mia testolina pazzarella è più chic; infatti rimango piuttosto sconcertata pensando di aver trascorso almeno quindici anni della mia vita snobbando il sud; me li fossi fatti di carcere sti anni, magari ne sarei uscita rinsanita e più consapevole di me stessa.
Ora poi, capisco perché la mamma quando ero piccola mi sbatteva davanti alla tv per una maratona di venti ore filate con la versione integrale di “Via col Vento” e capisco pure tutti i rewind ogni volta che Rossella tornava a Tara.
Cacchio però se ci penso. Se penso alla Puglia, a papà che mangia con le mani l’arancio nel vino cotto e mamma che d’inverno mette le bucce dei mandarini sul termosifone perché dice che poi il mandarino lo senti per tutta la casa; in realtà io non sentivo proprio un cazzo però non avevo il coraggio di contraddirla, allora dicevo che si sentiva assai e che era buonissimo. Penso alle serate passate a fare un cazzo fuori dalla porta sulle sedie di paglia in Puglia, penso al mio fidanzatino adolescenziale quello del sud, a come mi sentivo una principessa con quel piccolo uomo del sud, penso che è bello essersi tenuti in contatto per tutti questi anni con l’ometto del sud e diciamocela tutta, la mia mente ha sempre spaziato ampiamente su ogni centimetro di carne di quell’ometto del sud, ma che dovevamo fare? eravamo troppo giovani, come cazzo li fai seicento chilometri con la bicicletta? penso ai tempi rallentati, ai negozi che aprono alle 17.30 e chiudono alle 22,00, ai soffitti alti delle case, all’odore di agricoltura e di terra, al rumore dei trattori e dei mercati oriundi “o pesce o pesce frisc!”, al camioncino della Papillon che passa porta a porta e entra in ognidddove con quel cazzo di slogan “quando senti il clac-son è arrivato papi-llon”, penso al salumiere, al panettiere, al fornaio, al falegname, all’agricoltore che c’ha le terre e penso alle telefonate omologate con la nonna.
“Ciao nonna, che fai?”
“e che fazz? fazz chell c’aggia fa? c’aggia fa?
“che ti sei mangiata nonna?”
“e che m’agg mangiat, m’agg mangiat che’l che c’ stav e agg mangiat”
“vabhè nonna ora scappo. Ti voglio bene assai”.

Cazzarola, le sei ore di treno del mitico IC plus delle quindici e diciassette per raggiungere la nonna stanno ormai finendo. Con tutti sti pensieri che mi turnicavano in testa stavo impazzendo. Dopo il lavoro ho preso il primo treno per il sud accaparrandomi il biglietto alla modica cifra standard di Euro trentotto e centesimi cinquanta. L’ho preso perchè devo capire se sono davvero del sud. Lo devo sentire.
Per ora non sento un cazzo.
Sul treno però ho incontrato Michele e Alessandra.
Michele è di Bari e tornava da Brescia dove ha momentaneamente dovuto abbandonare la sua morosa per tornare alle origini.
Alessandra è di Trani e tornava da Milano dove ha dovuto momentaneamente lasciare il lavoro per tornare dal suo ragazzo e alle sue origini.
Rimango io.
Io sono una donna del sud nata al nord. Sono partita da Bologna, dove ho dovuto momentaneamente lasciare il lavoro per andare dalla Nonna a ritrovare le mie origini.

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